Nel mondo si fa largo la ‘generazione Ai’: iperconnessa e immersa in un mondo di tecnologie sempre più performanti che offrono nuove occasioni per aumentare prestazioni e qualità del ragionamento. A patto di non lasciarsi sovrastrare. In pochi anni l’intelligenza artificiale è passata da essere una curiosità di laboratorio a uno strumento usato quotidianamente. Le occasioni di incontrarla si moltiplicano. I dati ci dicono che in Italia nel 2025 il 90% della popolazione risultava connessa a Internet, per una media di quasi 6 ore al giorno, di cui circa 1 ora e 48 minuti sui social media (fonte ‘We Are Social & Data Reportal’, 2025). Ma con l’avvento dell’Ai il nostro cervello lavora meglio o potrebbe diventare più pigro? Il dibattito su questo tema è aperto, e sono diversi gli studi scientifici che lo affrontano, evidenziando i pro e i contro, e mettendo in guardia dal rischio di una sorta di ‘demenza digitale’, un fenomeno per cui il cervello potrebbe paradossalmente non beneficiare delle opportunità di potenziamento hi-tech, ma piuttosto perdere capacità. “Sono vere entrambe le cose – analizza Andrea Prosperi, ex Google e primo Mindful Tech Trainer, autore del libro ‘Mindful Tech. Iperconnessione, Ai e Benessere’ (The Wall Edizioni) – L’effetto principale dell’intelligenza artificiale è spostare il carico cognitivo ma, se deleghiamo troppo, rischiamo di allenare meno memoria e pensiero critico. Se invece la usiamo come strumento di dialogo e apprendimento attivo, aumenta prestazioni e qualità del ragionamento. Dipende, quindi, da come viene usata“.
Il rischio “emerge quando la tecnologia diventa un sostituto del pensiero invece che un supporto – dice Prosperi – In questo modo la mente diventa più pigra, esplora sempre di meno e reagisce sempre di più”. Come difendersi? L’esperto offre una ‘guida’, consigli per un approccio ‘sano’ all’Ai, per evitare il pericolo che il suo…
Fonte www.adnkronos.com 2026-05-02 13:11:35


