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Faida S. Eufemia, la vendetta giurata col sangue del morto

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«Con questo gesto ti vendicherò». La plateale promessa risale al 27 giugno 1964, quando Rocco Salvatore Alvaro, cognato di uno dei due uomini appena uccisi, «si accosta al cadavere dell’affine ancora riverso in una pozza di sangue – annotano gli inquirenti sessant’anni dopo – e ingurgita parte del liquido ematico enunciando immancabili propositi di vendetta, contegno che aveva indotto la comunità di appartenenza ad attribuirgli l’evocativo soprannome di u vampiru». È l’origine della faida di Sant’Eufemia d’Aspromonte, arrivata fino a Torino ricostruita dalla Dda del capoluogo piemontese che – grazie a nuovi accertamenti tecnico-scientifici dei carabinieri del Ris su alcune impronte digitali – ha appena messo a segno due arresti per l’omicidio di Giuseppe Gioffrè, ultimo tassello di un puzzle di rancori e violenza che catapulta nell’atmosfera della Calabria degli anni ’60.
Tutto ha inizio a Sant’Eufemia, con l’uccisione di Antonio Alvaro e Antonio Dalmato. Secondo gli inquirenti i due si erano presentati nel bar-panetteria gestito da Gioffrè per risolvere una “questione” commerciale: l’attività di Gioffrè avrebbe fatto ombra a quella del suocero, a sua volta protetto dalla cosca Dalmato-Alvaro. Gioffrè non ne vuole sentire di spostare i propri interessi. E spara, uccidendo i due. Dapprima, «compreso all’istante il pericolo a cui si era in tal modo esposto», si nasconde con la moglie e i figli piccoli «in un luogo sicuro»; però dopo una breve latitanza si costituisce.

L’articolo completo potete leggerlo nell’edizione cartacea – Calabria 

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Fonte reggio.gazzettadelsud.it 2022-07-04 01:30:55

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