Si chiama Pepper, è alto 120 centimetri, come un bambino di circa 7 anni, e ha una faccia amichevole. E’ un robot sociale, il beniamino di un team di ricercatori della Norwegian University of Science and Technology (Ntnu), che lo ha messo alla prova in una serie di test per definire le caratteristiche del compagno di giochi ideale e scoprire com’è per le persone in carne ed ossa avere un umanoide per amico. La domanda clou è: quando funziona l’interazione ludica uomo-macchina? La conclusione a cui approdano gli scienziati autori dello studio pubblicato su ‘Entertainment Computing’ è che “i robot possono effettivamente essere dei buoni compagni di gioco, ma solo se si comportano in modi che abbiano senso per gli esseri umani“, afferma Yavuz Inal, professore associato del Dipartimento di Design della Ntnu di Gjøvik.
Per capire cosa si prova a giocare a un gioco fisico con o contro un robot dall’aspetto e il comportamento di una persona, gli esperti hanno condotto un esperimento di laboratorio controllato con Pepper, che è stato progettato proprio per interagire con gli esseri umani. Per essere all’altezza del compito, la progettazione dei robot umanoidi deve tenere conto delle modalità di gioco, del ritmo, del ruolo e dell’ordine di gioco. Se il robot si comporta improvvisamente come un bambino di 7 anni troppo zelante che deve assolutamente vincere, muovendosi in modo un po’ rigido e non comprendendo pienamente il ritmo del gioco, ci infastidiamo rapidamente. Ci aspettiamo robot più naturali, reattivi e flessibili di quanto la tecnologia attuale sia in grado di offrire.
I robot umanoidi come Pepper sono pensati per assomigliare agli esseri umani, sia nell’aspetto che nel comportamento. Hanno testa, occhi, mani ed espressioni facciali che ci facilitano l’identificazione con loro, ma che possono anche portarci ad aspettarci automaticamente che si comportino in qualche modo…
Fonte www.adnkronos.com 2026-06-12 15:46:32


