“Io devo fare i conti con la mia faccia”. Un nuovo intervento? “Ti dirò se voglio fare altro”. È la lezione “enorme” di Giovanni Bagnasco, allora 14enne, cresciuto all’interno del percorso di cura Smile House, per una malformazione craniofacciale, che oggi è diventato anche attore. “Noi chirurghi pensiamo che il dato estetico sia la cosa più importante. E invece non è così”, spiega, all’Adnkronos Salute, Domenico Scopelliti, presidente e fondatore di Smile House Fondazione Ets, direttore dell’Unità operativa complessa di chirurgia Maxillo-facciale dell’ospedale San Filippo Neri, Asl Roma 1. “Le malformazioni craniofacciali, in particolare la labiopalatoschisi, vengono spesso affrontate come un problema chirurgico da correggere precocemente – continua – L’approccio tradizionale si è a lungo basato su un’idea semplice: operare e risolvere. Ma la realtà è più complessa. Anche quando la chirurgia è tecnicamente perfetta, la crescita del bambino cambia le condizioni iniziali. Le cicatrici, lo sviluppo osseo, la funzione respiratoria, la fonazione e l’alimentazione evolvono nel tempo. E, soprattutto, evolve la percezione di sé. Il risultato è che la cura non può essere un singolo atto, ma un percorso lungo anni”.
Da questa consapevolezza, è nato il modello Smile House. “Si tratta di un sistema organizzato su più livelli che accompagna il paziente dalla diagnosi prenatale fino alla fine dello sviluppo, spesso anche oltre i 20 anni – illustra Scopelliti – Il principio è semplice nella teoria, più complesso nella realizzazione: costruire una presa in carico continua, multidisciplinare e territoriale per assistere, fin dalla diagnosi prenatale, questa condizione e mettere in atto tutta una serie di attività perché la famiglia sia sostenuta ad affrontare questa realtà, mettendo al mondo un piccolo che possa avere tutte le opportunità per realizzare la…
Fonte www.adnkronos.com 2026-05-14 14:36:00


