“Temo che la separazione
delle carriere realizzerà un Pubblico ministero sempre più
vicino all’avvocato dell’accusa e, quindi, sempre più intento a
ricercare un risultato sempre e comunque”. La separazione “è la
naturale conseguenza di un processo di tipo accusatorio dove le
parti, accusa e difesa, sono alla pari davanti a un giudice
terzo”. Sono le tesi contrapposte illustrate, la prima, da Marco
Bisogni, componente del Csm, e, la seconda, dall’ex pm di Milano
Antonio Di Pietro, nel corso di un confronto, a Lamezia Terme,
al quale hanno partecipato anche Giuseppe Murone, vice
presidente del Comitato giovani avvocati per il Sì, e Giovanni
Strangis, presidente della sezione distrettuale di Catanzaro
dell’Anm.
“A me – ha detto Bisogni – piace il pm di adesso che ha tra
gli obiettivi principali la ricerca della verità ed è una tutela
principale per i cittadini, ma soprattutto per i più deboli,
quelli che non possono permettersi una difesa qualificata o un
avvocato costoso. Come magistrato la riforma preoccupa poco
perché il mio lavoro continuerà a esserci prima e dopo. Sono un
po’ più preoccupato come cittadino perché credo che questa
riforma cambi l’assetto e l’equilibrio fra politica e
magistratura così come è stato voluto dai costituenti, a favore
di un sistema in cui la politica è più influente sulle carriere
e sul disciplinare dei magistrati”.
“Spero – ha aggiunto – che in questi mesi le polemiche sulle
decisioni giudiziarie strumentali, le riflessioni sulle
dichiarazioni di uno o dell’altro possano lasciare il campo ad
una riflessione seria su cosa vuol dire votare sì o votare no”.
Per Di Pietro, del Comitato Sì Separa – Fondazione Einaudi,
“attualmente il giudice terzo fa parte della stessa famiglia, il
fratello di sangue, di una delle due parti, cioè il pm perché ha
la stessa carriera, ha lo stesso Consiglio superiore”.
“Se si vota sì – ha aggiunto – si avrà una maggiore
indipendenza, non solo rispetto alla politica ma anche al
proprio interno perché, finalmente, quando si entrerà in aula si
saprà che chi giudica non deve stare attento a quel che dice il
Pm e avallarlo perché, poi, un domani dovrà essere lui giudicato
a sua volta nel Csm, nei consigli giudiziari. Separare le
carriere vuol dire attuare un progetto costituzionale e
completare una riforma che ha voluto un partigiano e una
medaglia d’argento alla resistenza, il ministro Vassalli, e
tagliare definitivamente da quel che era il codice fascista. Con
questa riforma, a prescindere dalle intenzioni recondite che
qualcuno può avere, dai gesti di terrorismo mediatico che si
stanno lanciando, si completa un percorso di terzietà del
giudice. Oggi, ieri e domani rimane intatta l’autonomia della
magistratura”.
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Fonte www.ansa.it 2026-02-20 18:47:38

